
Cesara Montoli psicologa e, dal 1998, volontaria presso il centro Naga di Milano “Insieme alle cittadine e ai cittadini stranieri e contro ogni discriminazione” occupandosi in particolare del Centro Naga Har (Un Luogo del Possibile – Vent’anni di accoglienza e socialità per richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura al Centro Naga Har: clicca qui).
Cesara, soprannominata da Gianfranco Keiko “l’imperatrice”, frequentò Scaramuccia partecipando ad alcune sesshin (2006-2009-2010-2017), andando alla settimana invernale di Chamonix (2006 e 2007 nel gruppo che camminava con Taino) e alla luna d’autunno (2006). Di carattere forte e battagliero si faceva notare per il suo essere diretta ed esplicita su tutto quello che vedeva intorno a sé.
Nel notiziario di Scaramuccia n.158 del gennaio 2010 compare una sua lettera e la risposta che il maestro Taino diede.
Il dolore degli altri. Cesara ha da poco la posta elettronica e, appena tornata a casa dalla sesshin di novembre, ha scritto: “…mi piacerebbe tanto sapere qual è il TUO dolore. Certe volte, anzi sempre, penso che lo zen sia un modo per non attraversare il dolore ed è per questo che mi viene il dubbio che sia non salutare…”.
Sostiene Ungaretti: “Mi porteranno gli anni chissà quali altri orrori/ma ti sentivo accanto/m’avresti consolato”. Cesara segue con soddisfazione, penso, un bravo insegnante di vipassana e, pur continuando a frequentarci, è spesso critica nei confronti di Scaramuccia e di chi v’insegna. È certo che, a differenza di quanto sperava Ungaretti, non è questo il luogo, o il maestro, da cui trarre consolazione. Il Buddha disse del proprio insegnamento: è profondo come l’oceano e tutti vi possono trovare una risposta, anche chi si ferma soltanto sulla riva. Perciò è giusto che chi cerca consolazione frequenti quei centri e quei maestri che sono in grado di soddisfarli. A Scaramuccia i koan, e ce ne sono molti fra gli antichi e i nuovi, permettono di fare l’esperienza del dolore. Per mezzo dell’esperienza del dolore si comprende che è infantile esibire la propria feritologia, cioè credersi meritevoli di maggiore comprensione, convinti che il dolore che si prova sia superiore a quello degli altri. Se ogni essere umano dovesse fare tutte le esperienze per meritare di lamentarsi più degli altri: essere violentato da bambino, prigioniero in un lager, attraversare il Mediterraneo su un gommone, fare la prostituta schiava, diventare tossicodipendente, avere il tumore, vedere crollare la propria casa e perdere tutti i familiari sotto al terremoto… e non le dico tutte, ci vorrebbero cento vite. È vero che c’è chi crede nelle rinascite e magari di averle attraversate nelle esistenze precedenti, ma a Scaramuccia queste credenze le lasciamo alle altre scuole.
Il fatto è che pure le persone più attente, quando si è al dunque, riescono a vedere soltanto il proprio dolore personale e non il dolore universale nel quale tutti siamo, che è oltre il MIO dolore e il TUO dolore.

ciao
ringrazio per l’opportunità del pensiero di Cesara qui sopra.
L’ ho conosciuta al Naga (e con me condividevamo alcuni pazienti) e da Taino.
Una forza e una determinazione che a volte era scomoda.
La ricordo intenerirsi mentre mi guardava allattare mia figlia durante una camminata in autunno davanti al fuoco di un camino, e dire: ‘ caspita sembra quasi una scena natalizia ‘.!